L’intelligenza artificiale ha reso la creazione di contenuti più rapida, semplice ed economica che mai. Oggi, una sola persona può creare centinaia di articoli, immagini o video nel giro di poche ore e distribuirli praticamente a costo zero.
Nel 2026, l’Institute of Global Politics della Columbia University ha pubblicato il rapporto “AI Slop and the Information Ecosystem”, che mette in guardia dal crescente impatto dell’“AI Slop”: enormi quantità di testi, immagini, video e file audio generati dall’IA, prodotti rapidamente e destinati principalmente a generare clic, visualizzazioni e ricavi pubblicitari, anziché a informare, educare o ispirare. Questi contenuti stanno invadendo i canali digitali su una scala senza precedenti.
Il problema non è che l’IA crei contenuti. Il problema risiede nel fatto che le piattaforme online premiano la visibilità, il coinvolgimento e la copertura. Ciò incentiva la produzione della maggiore quantità possibile di contenuti nel minor tempo possibile, anziché l’investimento in originalità, competenza e qualità. Il risultato è un flusso crescente di contenuti che spesso offre poche informazioni nuove, ma che compete comunque per la stessa attenzione riservata ad articoli accuratamente documentati, opinioni di esperti o opere creative originali.
Per gli utenti diventa quindi più difficile verificare le informazioni e distinguere gli approfondimenti significativi dai contenuti generici e ripetitivi. Nel tempo, questo fenomeno può compromettere la fiducia nei contenuti digitali.
Paradossalmente, i sistemi di IA sono stati originariamente addestrati su contenuti creati dagli esseri umani. La creatività, l’esperienza e le competenze umane costituiscono le fondamenta su cui sono stati costruiti. Tuttavia, con l’aumento dei contenuti sintetici, i modelli di IA stanno iniziando ad apprendere da informazioni generate da altri sistemi di IA.
Si crea così un ciclo autoreferenziale nel quale le macchine riciclano e ricombinano progressivamente i propri risultati. È questo il paradosso: l’IA impara da noi, ma, con la riduzione del contributo umano, diventa ripetitiva, omogenea e culturalmente stagnante. In definitiva, priviamo il sistema proprio dell’originalità da cui dipende.
In ultima analisi, l’“AI Slop” può trasformarsi in un problema sociale. Quando la quantità diventa più importante della qualità e quando la copertura e il ritorno sull’investimento assumono maggiore rilevanza rispetto alla competenza e all’originalità, la società rischia di creare un ambiente informativo che riduce l’accesso a prospettive diverse, competenze specialistiche, pensiero originale e contributi umani autentici, indebolendo la qualità del dibattito pubblico.
Quando l’IA svolge attività di ricerca, riassume testi o fornisce risposte iniziali, riduce lo sforzo cognitivo richiesto all’utente. Allo stesso tempo, però, diminuisce anche la necessità di analizzare autonomamente le informazioni, stabilire collegamenti o formulare conclusioni personali. La delega di questo lavoro mentale ai sistemi di IA viene definita “Cognitive Offloading”, ovvero delega cognitiva.
Lo studio di ScienceDirect del 2026, intitolato “AI-overdependence and human cognitive decline: Hazards, evidence, and mitigation strategies”, ha esaminato i rischi che possono emergere quando le persone si affidano eccessivamente agli strumenti di IA e la misura in cui un utilizzo eccessivo può compromettere le capacità cognitive.
Lo studio conclude che una dipendenza eccessiva dall’IA può compromettere capacità cognitive quali il pensiero critico, il pensiero creativo, il processo decisionale, il pensiero analitico, la memoria, l’attenzione e le funzioni esecutive.
Per esempio, le persone ricordano meno perché l’IA ricorda al posto loro, analizzano meno perché l’IA riassume per loro e prendono meno decisioni perché l’IA fornisce raccomandazioni.
Quale impatto può avere sulla società il fatto che le competenze cognitive fondamentali vengano esercitate e sviluppate sempre meno frequentemente? Se gli adulti di oggi possono ancora fare affidamento su capacità acquisite molto prima dell’era dell’IA, sta crescendo una generazione per la quale, per la prima volta, i sistemi di assistenza intelligente rappresentano una presenza scontata fin dall’inizio.
Il rapporto 2026 di EU Kids Online ha esaminato l’utilizzo dell’IA generativa da parte di oltre 25.000 bambini e adolescenti di età compresa tra 9 e 16 anni in 20 Paesi europei. I risultati mostrano che circa sette bambini su dieci utilizzano già una qualche forma di IA generativa.
L’IA generativa viene impiegata principalmente per finalità pratiche ed educative: risparmiare tempo, ricevere aiuto con i compiti e ottenere spiegazioni di concetti complessi. Alcuni bambini hanno persino dichiarato di considerare le informazioni generate dall’IA più affidabili rispetto a quelle provenienti da altre fonti online.
Questo fenomeno è motivo di preoccupazione anche a livello politico. Nel rapporto informativo “Artificial Intelligence in Classrooms: Cognitive Dimensions”, il Parlamento europeo mette in guardia dal cosiddetto “paradosso dell’apprendimento con l’IA”: mentre l’IA può migliorare la qualità dei risultati prodotti, allo stesso tempo l’apprendimento effettivo diminuisce.
Di conseguenza, non soltanto le competenze di base, come la lettura, la scrittura, il calcolo e la risoluzione dei problemi, vengono esercitate meno frequentemente, ma nel lungo periodo potrebbero indebolirsi anche l’attenzione, il pensiero critico, l’autoregolazione e la capacità di formulare giudizi indipendenti.
Se durante gli anni scolastici le attività cognitive vengono affidate in modo permanente all’IA, esiste il rischio che queste competenze non vengano pienamente sviluppate. Il rapporto sottolinea quindi che l’utilizzo dell’IA nell’istruzione deve essere attentamente guidato. L’IA non dovrebbe assumere compiti senza alcun controllo, ma fornire un supporto mirato ai processi di apprendimento.
Gli autori dello studio pubblicato su ScienceDirect giungono alla stessa conclusione: l’IA dovrebbe essere utilizzata esclusivamente come strumento e non come sostituto, e dovrebbe essere considerata soltanto un’integrazione ai metodi di apprendimento tradizionali. In questo modo, può supportare i processi di apprendimento e di pensiero e favorire lo sviluppo di importanti capacità cognitive.
I sistemi di IA stanno diventando sempre più spesso interlocutori, consulenti, guide per l’apprendimento o persino compagni digitali nella vita quotidiana. Le loro risposte appaiono spesso comprensive, rassicuranti ed empatiche.
Nello studio EU Kids Online, una percentuale ridotta ma significativa di bambini ha dichiarato di utilizzare i chatbot come interlocutori o per ricevere consigli, in particolare nei momenti di noia o solitudine. Ma cosa accade allo sviluppo umano quando l’IA sostituisce le autentiche interazioni tra persone?
Il saggio del 2026 “Complexities, Gaps, and Risks in Simulating AI Empathy”, pubblicato da Springer Nature evidenzia che, secondo gli scienziati, l’IA può simulare alcuni aspetti dell’empatia, in particolare quella che definiamo empatia cognitiva, ossia la comprensione razionale dei pensieri, delle prospettive o dei sentimenti di altre persone, senza tuttavia condividere realmente tali emozioni.
La sua capacità di riprodurre un’empatia autentica, ovvero il sentimento e la comprensione genuini e spontanei del mondo emotivo di un’altra persona, è invece limitata. In questo contesto viene utilizzata l’espressione “Empathy Gap”, ovvero divario empatico.
Gli autori avvertono, per esempio, che i bambini che trascorrono una quantità sproporzionata di tempo interagendo con agenti di IA anziché con altre persone potrebbero essere esposti al rischio di uno sviluppo compromesso dell’empatia e dei comportamenti prosociali.
Questo accade perché l’autentica empatia umana non è una capacità innata e già pienamente formata, bensì una competenza complessa che si sviluppa durante l’infanzia e l’adolescenza attraverso le interazioni sociali, le esperienze condivise e la costruzione di relazioni interpersonali.
Se queste esperienze vengono a mancare per un periodo prolungato, importanti competenze sociali, come la capacità di assumere il punto di vista degli altri, la compassione e la comprensione interpersonale, potrebbero svilupparsi in misura minore. A livello sociale, ciò potrebbe avere conseguenze anche sulla coesione, sulla collaborazione, sull’armonia e sulla pace.